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Libri · Spazio

La scienza individua un possibile pianeta; il romanzo parte da quella vertigine e segue un ragazzo mentre impara a perdere e a crescere.

Una scoperta negli archivi di Kepler, e il viaggio dell’Orfano

Nei dati della missione Kepler, gli astronomi hanno trovato la traccia di un possibile pianeta poco più grande della Terra. È una notizia di scienza, ma per me apre anche la porta di L’Orfano di Keplero: un libro che parte dal mistero extraterrestre e diventa una storia di amicizia, formazione, perdita e crescita.

Copertina del libro L’Orfano di Keplero di Massimo Scognamiglio

Il telescopio spaziale Kepler cercava pianeti senza poterli vedere direttamente. Osservava la luce delle stelle e ne misurava le variazioni: un calo minuscolo e regolare può essere il segno di un pianeta che passa davanti alla propria stella.

La missione si è conclusa nel 2018, ma la sua storia scientifica non è finita. Gli astronomi continuano a tornare sulle registrazioni raccolte negli anni, usando metodi più affinati e facendo domande nuove a dati già esistenti. In uno di questi archivi hanno riconosciuto una diminuzione della luce della stella HD 137010 durata circa dieci ore.

La spiegazione possibile è il transito di un pianeta. Il candidato, indicato come HD 137010 b, si troverebbe a circa 146 anni luce da noi, avrebbe dimensioni poco superiori a quelle della Terra e impiegherebbe all’incirca un anno per completare la propria orbita.

Per adesso bisogna fermarsi qui. È stato osservato un solo transito e servirà una nuova osservazione per confermarne l’esistenza. Non sappiamo se il pianeta sia roccioso, quale atmosfera possa avere e non esiste alcun indizio di vita. La notizia è questa: una traccia scientifica concreta, ancora da verificare, è rimasta per anni dentro i dati di Kepler prima di essere riconosciuta.

Il legame con il mio L’Orfano di Keplero nasce da qui, ma il romanzo non parla di HD 137010 b e non tenta di trasformare questa scoperta in una storia di alieni. Parte dalla stessa vertigine: qualcosa può arrivare da molto lontano e cambiare una vita prima ancora che qualcuno riesca a capirlo.

Nell’estate del 1980, nella Maremma toscana, Vanni ha quattordici anni, un Garelli 50cc e tre amici. Quando vedono scendere dal cielo un piccolo cubo nero, lo chiamano semplicemente il “Coso”. All’inizio è un mistero da condividere, quasi un gioco dentro l’estate dei primi amori e delle prime fughe.

La fantascienza mette in moto la storia, ma non ne è il punto d’arrivo. Il racconto accompagna quei ragazzi fino al 1993. Li vede crescere, separarsi, perdere persone e certezze, portarsi dietro ciò che non hanno saputo comprendere quando erano adolescenti. Il primo contatto più importante, alla fine, non è soltanto quello con qualcosa di extraterrestre: è quello con il tempo, con la memoria e con la perdita.

Nei dati di Kepler un segnale era presente molto prima che qualcuno sapesse leggerlo. Nell’adolescenza accade qualcosa di simile: viviamo momenti dei quali capiremo il peso soltanto molti anni dopo. È questo il punto in cui la notizia scientifica incontra il libro. Non perché ci dica che cosa c’è nello spazio, ma perché ricorda quanto tempo può servire per dare un nome a ciò che abbiamo già incontrato.