All’International Center of Photography di New York è in corso una mostra dedicata al rapporto tra Yves Saint Laurent e la fotografia.
Ci sono circa trecento opere e materiali d’archivio: fotografie finite, provini a contatto, campagne pubblicitarie, riviste, immagini personali. Richard Avedon, Irving Penn, Guy Bourdin, Helmut Newton, William Klein. Nomi enormi, naturalmente. Ma quello che mi interessa di più è il materiale che normalmente resta dietro le quinte.
È lì che si capisce come nasce un’immagine di moda. Prima della fotografia scelta ce ne sono decine scartate. Prima dell’icona ci sono tentativi, errori, espressioni che non funzionano. Poi arriva la selezione e tutto sembra inevitabile.
Ho lavorato a lungo su quelle immagini. Negli Strappi e nel Ciclo delle Stanze parto spesso da fotografie di moda già pubblicate, quindi da immagini che qualcun altro ha già scelto, corretto e dichiarato perfette. Le strappo, le ricompongo, intervengo con la pittura. A volte rimane il volto. Altre volte rimane soltanto la tensione che quel volto nascondeva.
Per questo la mostra mi interessa. Non tanto come celebrazione di Yves Saint Laurent, quanto come occasione per guardare la macchina che ha prodotto la sua immagine. Le fotografie non arrivano dopo i vestiti. Fanno parte dello stesso lavoro e, in molti casi, sono ciò che ne rimane nella memoria.
