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Arte · Salute mentale

L’OMS Europa prova a fare un passo delicato: portare cultura e pratiche artistiche dentro la cura, con metodo e senza mitologie.

Quando l’arte entra nel sistema sanitario

Negli Strappi e nel Ciclo delle Stanze ho usato il linguaggio del disagio mentale senza trasformarlo in arredamento consolatorio. Ora l’OMS Europa e l’Unione europea stanno provando a portare arte e cultura dentro i sistemi sanitari: non come ornamento, ma come strumenti da progettare, valutare e rendere accessibili.

Opera incorniciata di Massimo Scognamiglio dalla serie Gli Strappi

Nel 2021, per la mostra Strappi e Profezie, avevo trasformato gli spazi di Casa 94 in un reparto psichiatrico immaginario. Non volevo simulare una terapia e nemmeno rendere il disagio più gradevole. Mi interessava il punto in cui l’immagine smette di essere decorazione e costringe chi guarda a restare davanti a qualcosa che preferirebbe evitare.

Per questo mi ha colpito una notizia dell’OMS Europa. Con il sostegno dell’Unione europea, l’organizzazione sta lavorando per integrare arte e cultura nei sistemi sanitari di Armenia, Azerbaigian, Georgia, Repubblica di Moldova e Ucraina. Il progetto dura tre anni e riguarda anche salute mentale, trauma, isolamento sociale e stress di lunga durata.

La parola importante, qui, è sistemi. Non si parla di appendere qualche quadro in un corridoio d’ospedale e dichiarare risolto il problema. I gruppi di lavoro stanno mappando le iniziative già esistenti, mettendo in contatto ministeri, operatori sanitari, artisti e ricercatori, e costruendo criteri per progettare e valutare gli interventi.

Gli esempi citati dall’OMS sono molto concreti: una visita al museo può essere usata contro la solitudine; la danza può affiancare il lavoro con persone che vivono con il Parkinson; la musica può trovare posto nell’assistenza alla demenza; un coro può sostenere chi ha difficoltà respiratorie. Non sono formule magiche. Sono pratiche diverse, rivolte a bisogni diversi.

C’è anche una base di ricerca. Nel 2019 l’OMS Europa ha pubblicato una rassegna che ha esaminato più di tremila studi sul rapporto tra arte, salute e benessere. Il quadro raccolto riguarda prevenzione, promozione della salute e gestione della malattia lungo tutto l’arco della vita. È un insieme ampio e non uniforme, ma abbastanza serio da chiedere alle istituzioni di smettere di considerare questo campo una curiosità laterale.

Questo non autorizza slogan facili. L’arte non sostituisce medici, psicologi, farmaci o servizi sociali. E non ogni opera deve essere rassicurante per avere valore. A volte un lavoro serve proprio perché disturba, rompe un’immagine ordinata, rende visibile una ferita che il linguaggio quotidiano aveva coperto.

Negli Strappi parto da fotografie già levigate dalla moda e dalla pubblicità. Le lacero, le ricompongo, le dipingo. I volti restano esposti, ma perdono la promessa di perfezione con cui erano stati venduti. È il mio modo di parlare di identità, fragilità e disagio senza trasformare chi soffre in un soggetto da osservare da lontano.

Se l’arte entra davvero nella cura, dovrebbe conservare questa libertà e accettare, nello stesso tempo, la responsabilità del contesto in cui viene usata. Servono ascolto, etica, verifica e accesso. La notizia dell’OMS è importante perché prova a tenere insieme queste cose. Non assegna all’arte il compito di guarire il mondo. Le riconosce, finalmente, un posto nel modo in cui ci prendiamo cura delle persone.