Arte contemporanea · Fotografia · Corpo e installazione

Primo Round · Studio Campo Boario · Roma

I’m so tired: il corpo che costringe lo sguardo a chinarsi

Due stampe della stessa donna pugile, una su carta acquarello e una su carta lucida, sono inchiodate quasi a terra. L’angolo del ring. In I’m so tired la stanchezza diventa materia e il visitatore deve piegare il proprio corpo per guardare la sconfitta. La fiera sconfitta.

Opera e allestimento · Primo Round · Studio Campo Boario, Roma · 15—31 ottobre 2026.

I’m so tired di Massimo Scognamiglio: doppia stampa di una donna pugile installata in basso nell’angolo dello Studio Campo Boario

Il gesto espositivo

Non al centro della parete

I’m so tired collocata alla base di una grande parete bianca nello Studio Campo Boario
Quasi tutta la parete resta vuota: l’opera rifiuta il centro e occupa il limite.

La convenzione espositiva tende a sollevare l’opera, isolarla e collocarla nel campo visivo ideale. Il centro della parete promette neutralità, ma non è neutrale: attribuisce autorità, trasforma l’immagine in un’unità autosufficiente e offre allo spettatore il punto di vista più comodo. È una macchina silenziosa che dice che cosa merita di essere guardato e come.

Una figura nuda, muscolare e così frontalmente potente, collocata al centro, avrebbe prodotto un impatto immediato. Ma avrebbe anche rischiato di consumarsi in quell’impatto. Il corpo sarebbe diventato un’icona risolta, forse una nuova statua, forse un’immagine eroica o erotica perfettamente disponibile allo sguardo. La parete gli avrebbe costruito intorno un’aura e il visitatore avrebbe potuto possederlo con una sola occhiata, restando fermo, diritto, intatto.

L’opera non abbassa il corpo della donna. Abbassa il nostro sguardo.

Portare le due stampe quasi a terra significa sottrarre il nudo a quella disponibilità. Non gli toglie forza: gli toglie la funzione di spettacolo. La sua potenza non arriva più dalla centralità, ma dalla resistenza che oppone alla visione. Per incontrarlo occorre cercarlo, ridurre la distanza, piegare le ginocchia o il busto. L’immagine non si consegna; domanda al pubblico un costo fisico, minimo ma reale.

Anche l’angolo sovverte l’idea di esposizione. È il punto che normalmente resta periferico, la piega dell’architettura dove la parete smette di offrirsi come superficie pura. Qui il corpo non galleggia in un fondale neutro: viene preso fra due piani, spinto verso il pavimento e trattenuto da chiodi visibili. L’angolo è insieme margine della stanza, ferita dello spazio e angolo del ring. Non incornicia la figura: la mette sotto pressione.

Il grande vuoto lasciato sopra le stampe non è assenza. È una misura. Fa percepire quanto in basso siamo stati condotti e rende evidente la sproporzione fra l’architettura che domina e il corpo che resiste. Il museo e la galleria hanno spesso nobilitato l’opera sollevandola; qui la dignità nasce dal movimento opposto. La figura non viene innalzata perché sia venerata. È lo spettatore a dover rinunciare alla propria altezza.

A Primo Round, I’m so tired non è appesa all’altezza degli occhi. Due stampe della stessa figura sono inchiodate alla parete quasi sul pavimento, nel punto in cui due muri si incontrano. Per vedere davvero l’opera bisogna avvicinarsi e chinarsi. Il gesto della visita cambia: lo spettatore perde per un momento la propria posizione eretta e dominante, mentre il suo corpo risponde alla stanchezza del corpo rappresentato.

La prima notizia dedicata a Primo Round e a I’m so tired presenta la mostra e il testo critico di Andrea Iezzi. Qui voglio soffermarmi su ciò che accade nello spazio: non soltanto sull’immagine, ma sulla sua altezza, sui materiali, sui chiodi e sulla postura che l’allestimento impone a chi guarda.

Dopo il combattimento

La donna è nuda, muscolare e statuaria, ma la sua forza non coincide con una posa vittoriosa. Porta un guantone alla mano sinistra e le fasce sulla destra. Ha lo sguardo abbassato e fuma. Il fumo interrompe l’azione e misura un tempo sospeso: il round è terminato, o forse il successivo non è ancora cominciato.

Il guantone unico produce un’asimmetria. Una mano è ancora armata, l’altra conserva soltanto la preparazione al colpo. Il corpo si trova tra combattimento e disarmo, resistenza e abbandono. Anche il titolo, I’m so tired, non è una didascalia ma una voce interna: la frase che resta quando la retorica della prestazione, della disciplina e della vittoria non basta più.

Dettaglio di I’m so tired: la pugile fuma, con un guantone alla mano sinistra, fasce alla destra e chiodi sul corpo
I’m so tired · dettaglio della stampa su carta acquarello · © Massimo Scognamiglio

La stessa immagine, due corpi materiali

L’opera è presentata in due stampe. Una è realizzata su carta acquarello: assorbe il nero, trattiene una luce più opaca e si incurva verso l’esterno. L’altra, su carta lucida, rimane più tesa, fredda e compatta. La prima sembra pelle o materia ferita; la seconda conserva qualcosa dell’icona fotografica, del manifesto e dell’immagine patinata.

Il doppio non serve a ripetere. Separa due condizioni della stessa figura. La carta acquarello rende visibile il peso, la piega e la fragilità del supporto; la superficie lucida restituisce invece un corpo apparentemente intatto. Fra le due versioni si apre la distanza fra ciò che un’immagine promette e ciò che la materia subisce.

I chiodi e San Sebastiano

I chiodi non sono nascosti dal montaggio. Attraversano la carta e, in più punti, coincidono con il corpo della donna. Servono materialmente a sostenere l’opera, ma nello stesso gesto diventano ferite: richiamano l’iconografia di San Sebastiano, trafitto ed esposto allo sguardo.

Qui però non ci sono frecce né glorificazione del martirio. Ci sono comuni chiodi da parete, secchi e concreti. Il dolore non è soltanto rappresentato nella fotografia: entra nel modo stesso in cui la fotografia viene fissata. La figura resta in piedi, ma abbassa gli occhi; non offre il volto al pubblico e non trasforma la sofferenza in eroismo.

L’angolo come angolo del ring

La collocazione in basso e in un angolo non è un ripiego espositivo. L’angolo della stanza diventa quello del ring: il luogo in cui il pugile torna fra due riprese, viene curato, ascolta il respiro e misura ciò che gli rimane. La parete bianca, lasciata quasi completamente vuota sopra l’opera, amplifica la caduta verso il pavimento.

Per guardare il volto, il guantone, le fasce e i chiodi il visitatore è costretto a piegarsi. È un inchino involontario, documentato nelle fotografie dell’allestimento. Il corpo di chi osserva entra così nell’opera: rinuncia alla distanza comoda della visione museale e assume, anche solo per pochi secondi, una postura di attenzione, fatica e vulnerabilità.

Un visitatore si china per osservare I’m so tired installata quasi a livello del pavimento
La posizione dell’opera obbliga il visitatore ad abbassarsi per guardare · Studio Campo Boario, Roma

Una forza senza trionfo

I’m so tired non mostra una vincitrice e non certifica una sconfitta. Mostra ciò che viene dopo la richiesta continua di resistere. Il nudo toglie alla pugile uniforme e protezione, ma non la riduce a un corpo passivo: la sua immobilità è ancora una forma di opposizione. Non guarda il pubblico, non chiede approvazione, non mette in scena il colpo.

In questo senso la figura sovverte anche i codici tradizionali di genere ricordati da Exibart e da Oggi Roma. La forza non viene resa maschile e la vulnerabilità non diventa debolezza. Il corpo può essere insieme statuario, stanco, ferito e ancora presente.

Primo Round, nello spazio

Acquistare Arte, prima dell’apertura, chiedeva quali immagini avrebbero assorbito il colpo dello spazio e quali lo avrebbero restituito. Per I’m so tired la risposta è nell’allestimento: l’opera assorbe il muro, l’angolo e la prossimità del pavimento, poi restituisce quel peso alla postura del visitatore.

Primo Round — La danza dei corpi, l’ombra e la luce, curata da Andrea Iezzi, riunisce undici artisti allo Studio Campo Boario. La mostra è inserita nel programma di Rome Art Week 2026 ed è visitabile dal 15 al 31 ottobre 2026.

Opera e fotografie dell’allestimento

I’m so tired, 2026 · doppia stampa fotografica su carta acquarello e carta lucida, chiodi, installazione. Opera e fotografie © Massimo Scognamiglio. La pubblicazione non concede licenze di riuso. Per richieste editoriali o informazioni sull’opera, contatta lo studio.

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