Un ritratto dovrebbe restituire un volto. Francis Bacon ha passato gran parte della vita a dimostrare che questa promessa può essere falsa: si può riconoscere qualcuno proprio mentre la pittura ne distrugge la somiglianza.
Fra ottobre 2024 e gennaio 2025 la National Portrait Gallery di Londra ha dedicato a questo problema la mostra Francis Bacon: Human Presence. Oltre cinquanta opere, dagli anni Quaranta in poi, attraversavano autoritratti, amici, amanti e figure della storia dell’arte. Comparivano Lucian Freud, Isabel Rawsthorne, Peter Lacy e George Dyer. Alcuni grandi dipinti erano anche memoriali di persone perdute.
Il dettaglio che sento più vicino è il rapporto di Bacon con la fotografia. La documentazione della mostra ricorda che preferiva spesso lavorare da immagini fotografiche, comprese quelle commissionate all’ex fotografo di Vogue John Deakin. Le fotografie potevano essere strappate, piegate, accartocciate. Non erano modelli intatti da copiare, ma oggetti già attraversati dal tempo e dalla manipolazione.
Nei miei Mindful Portraits parto dal lato opposto: dalla presenza reale di una persona e dalla qualità dell’incontro prima dello scatto. Negli Strappi, invece, torno su immagini che hanno già avuto una vita pubblica, spesso dentro la moda. Le lacero e le dipingo perché la loro perfezione non mi basta più. In entrambi i casi il volto non è una superficie da conservare; è un luogo nel quale qualcosa resiste e qualcosa sfugge.
Il titolo scelto dalla National Portrait Gallery, Human Presence, sposta bene il problema. La presenza non coincide con la precisione anatomica. Può stare nella torsione di una bocca, nella distanza fra due figure, in uno spazio vuoto che sembra trattenere qualcuno dopo la sua scomparsa.
Bacon non mi interessa perché offre una formula da imitare. Mi interessa perché porta il ritratto vicino al proprio fallimento e, proprio lì, lo rende necessario. Se una fotografia o un dipinto non possono possedere davvero una persona, possono almeno registrare la pressione che quella persona esercita sull’immagine. Il resto — identità, memoria, paura, desiderio — rimane mobile. Forse è questo che rende un volto ancora vivo dopo che abbiamo smesso di riconoscerlo. Il riconoscimento, in queste immagini, non è mai un punto d’arrivo tranquillo.
