Li vediamo ogni giorno e quasi mai li guardiamo davvero: uno zaino termico giallo, le cuffie, il telefono che conta i minuti, una bicicletta trascinata su per le scale. Il rider consegna, scompare e riparte. Riders on the Storm nasce da questa invisibilità e la trasforma in una domanda narrativa: che cosa accadrebbe se chi attraversa la città senza essere visto decidesse di usare proprio quella condizione come arma?
Il romanzo è il mio nuovo noir urbano. Non è un reportage sulla comunità bengalese di Roma e non pretende di parlare al posto di chi la compone. È una storia di finzione che osserva la mobilità, il lavoro, la paura e il desiderio di appartenenza attraverso personaggi inventati.
Una banda, una città, un chilo
Ibrahim consegna pizze e droga. Dopo uno spray al peperoncino e una soffiata, si ritrova con diciassette minuti per portare da Pigneto a Trastevere un chilo di cocaina appartenente alla famiglia di Dragona. Attorno a lui si muove una banda irregolare: Rash è il navigatore, Ferro il lavapiatti che diventa forza fisica, Nab ha sedici anni e vuole disperatamente sembrare un criminale.
Apa, Samira Begum, gestisce il Dhaka Mini Market a Torre Angela. Tiene i conti dei money transfer, conosce i debiti, i nomi e le parentele. Da quel bancone vede passare una Roma Est che per molti italiani resta fuori campo: Torpignattara, Centocelle, Torre Maura, Torre Spaccata, Ponte di Nona, la Casilina dopo il tramonto.
Perché a raccontare è Apa
Ho scelto Apa come voce narrante perché non ha bisogno di spiegare tutto. Registra, misura, ricorda. Dal negozio osserva le persone entrare e uscire, riconosce la paura prima che diventi una confessione e sa che ogni conto può essere anche un ricatto. La sua lingua è asciutta, quasi cinematografica; la violenza arriva senza preparare il lettore e proprio per questo lascia una traccia più lunga.
Nel romanzo la città bengalese non è uno sfondo esotico. È una rete di relazioni, rimesse, feste, negozi, debiti e tribunali informali. Al percorso del Magazine dedicato a migrazioni e confini affianco qui una storia: non la cronaca di una traversata, ma la vita che continua dopo l’arrivo e costruisce un altro centro dentro Roma.
L’algoritmo come complice
Nab filma tutto. Con il profilo @bengalboy.it trasforma una rapina in una diretta, raccoglie commenti, follower e spettatori. La visibilità diventa una droga e una condanna: più la banda si mostra, più sembra esistere; più esiste, più lascia tracce. Nel frattempo altri rider, estranei alla storia, pagano il prezzo di essere diventati un’immagine riconoscibile.
Questa tensione tra corpo e piattaforma attraversa anche la mia ricerca su identità, umanità e tecnologia. Nel noir l’algoritmo non è un cattivo personaggio: è un complice neutrale, capace di amplificare qualsiasi cosa gli venga consegnata.
Roma Est, dal di dentro
Il Boishakhi Mela di Largo Preneste, i sari, il cibo, la musica e i cartelli con Dhaka, Pakistan, India, Sri Lanka e Nepal restituiscono una città plurale. La frase bengalese Shohor amader. Bhoy karor na. — “La città è nostra. Paura di nessuno.” — può essere una dichiarazione di appartenenza oppure l’inizio di una guerra. Apa sa che le due cose, a volte, coincidono.
Perché questo titolo
Riders on the Storm è un omaggio al titolo dei Doors, ma anche una definizione letterale: i rider attraversano la tempesta e, in questa storia, finiscono per crearla. Il libro è disponibile in edizione italiana su Amazon e in English edition.
L’intelligenza artificiale mi ha accompagnato come editor, traduttore e strumento di ricerca documentale e filologica. La storia, i personaggi, la voce di Apa e le scelte narrative restano mie. Ho scelto di dichiararlo perché la trasparenza fa parte del lavoro.
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